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La storia del microcredito sembra un po’ un paradosso, ma d’altra parte è lo stesso Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e premio Nobel della pace nel 2006, ad affermarlo: «Quando oggi qualcuno mi chiede come mi sono venute tutte quelle idee innovative… io rispondo che abbiamo guardato come funzionano le altre banche e abbiamo fatto il contrario».
Eppure ribaltare totalmente il punto di vista e scommettere sulla responsabilità solidale di chi è bollato come «non bancabile», cioè che non può usufruire di mutui o prestiti dalle istituzioni bancarie perché a basso reddito, è stata una rivoluzione che ha cambiato la vita di almeno cento milioni di persone, secondo i dati del 2009. Il paradosso sta nel fatto che nonostante la non bancabilità di chi usufruisce del microcredito, i tassi di restituzione sono altissimi. L’idea infatti di offrire un’opportunità per uscire da una situazione di crisi e di sapere che altri non potranno avere accesso alla stessa possibilità finché il prestito non viene restituito, genera un circolo virtuoso dove dignità e fiducia riacquistano un senso. A Brescia hanno avviato esperienze di microcredito Caritas e Banca Etica. Il progetto di microcredito sociale della Caritas è partito nel 2008, «e negli anni – racconta Marco Danesi vicedirettore Caritas – si è strutturato ed è diventato sempre più capillare», tant’è che secondo i dati del 2014 le zone pastorali coinvolte sono 21 (due in più rispetto al 2013), quindi 288 parrocchie partner (19 in più rispetto all’anno scorso) con 25 sportelli operativi aperti e 7 banche convenzionate (Bcc).
«Il nostro microcredito – spiega Danesi – consiste nell’accompagnamento al credito responsabile e al recupero dell’autosufficienza economica di singoli o nuclei familiari la cui situazione rischia di essere compromessa da fatti eccezionali e imprevisti. A loro offriamo finanziamenti agevolati, da 500 fino a 3.000 euro, rimborsabili in 36 mesi. A fine 2013 i finanziamenti erogati sono stati 1.300.000 e quasi due milioni le linee di credito attivate».
Secondo i dati del 2013 il 77 per cento dei «clienti» ha un’occupazione stabile, il 9 per cento saltuaria e il 14 per cento è pensionato: il lavoro è infatti una delle condizioni per la concessione del microcredito,«per chi è disoccupato o in grave difficoltà, come Caritas abbiamo attivato altre forme di aiuto», precisa Danesi.
Ma oggi basta poco per entrare in crisi, un apparecchio dei denti per un figlio, il tetto da rifare o il motore dell’auto in tilt. Ecco allora che il microcredito offre una mano in una situazione di instabilità temporanea.
«Sta avendo un buon successo – continua Danesi – poche persone sono insolventi e questo innanzitutto perché tutti vengono accompagnati: le singole filiali, gestite da piccoli gruppi di volontari costituiti da ex bancari, non erogano semplicemente il prestito ma seguono la famiglia, la aiutano a gestire il budget. In questo modo chi chiede un prestito non si sente solo e inoltre è consapevole di fare parte di una sorta di catena, sa che man mano restituisce i soldi, questi diventano disponibili per altri. Se insorge un momento di difficoltà ulteriore, si cercano insieme soluzioni alternative per non cadere nell’insolvenza».
Anche per Banca Etica che è attiva dal 2001 con progetti di microcredito, «i tassi di insolvenza – conferma Luca Gubbini – si sono rivelati molto più bassi rispetto alla media delle banche nazionali». Questo grazie «alla creazione di una rete sociale sul territorio (pubbliche amministrazioni, cooperative, Caritas) che si fa garante del “cliente”, cosicché non si tratta solo di erogare una somma, ma di controllare ed essere di supporto alla persona che ha richiesto il microcredito».
Banca Etica offre due linee di intervento, una socio-assistenziale, che si rivolge alle persone che si trovano in condizioni di difficoltà (fino a un massimo di 10.000 euro) e una micro-imprenditoriale (fino a 15.000 euro), per la nascita o il consolidamento d’imprese sociali con un massimo di 10 addetti, per l’autoimprenditorialità o lo sviluppo di attività economiche locali. «Dalla famiglia con il padre senza lavoro e il figlio disabile che ha bisogno di essere operato all’immigrato che vuole aprire un negozio – spiega Gubbini – sono tante le tipologie di chi chiede un microcredito, alcuni progetti riescono, altri no». I dati disponibili sono quelli nazionali che indicano nel 2013 l’erogazione di 201 microcrediti per un importo complessivo di 1.247.000 euro.
Come dice Yunus «affermare che non si può prestare denaro ai poveri perché privi di collaterale è come sostenere che l’uomo non può volare perché privo di ali».

Fonte: sociale.corriere.it

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